Fondata da san Giuseppe Benedetto Cottolengo nel 1828 a Torino, la Piccola Casa della Divina Provvidenza, a distanza di centoventi anni, dopo la seconda guerra mondiale ospitava migliaia di ricoverati, in prevalenza ospiti permanenti affetti da patologie gravemente invalidanti, spesso non autosufficienti e che, fuori di quella «fabbrica» di carità avrebbero vissuto una vita breve e piena di stenti.
Il santo fondatore aveva creato per i suoi ospiti dei gruppi chiamati Famiglie, nelle quali si trovavano a convivere malati dello stesso tipo: Sordomuti, Buoni Figli, Invalidi ecc.
Numerosi benefattori e personaggi illustri, in visita all’Opera, non dimenticavano facilmente i numeri «strabilianti» che udivano mentre percorrevano le cucine: ogni giorno occorrevano venti quintali di farina per fare il pane, tremila uova, un quintale di sale; cinquemila chili di carne la settimana ecc. Parlando poi con il sacerdote che li accompagnava e che spiegava la presenza di migliaia di suore e della dedizione con cui esse operavano, la commozione prendeva il sopravvento. Nel periodo in cui io stesso fui ospite della Famiglia Invalidi, verso la fine degli anni Sessanta, vidi di persona questi gruppi di visitatori. Alcune signore ci guardavano con gli occhi lucidi, con i regali sotto le braccia, visibilmente commosse. Evidentemente quella visita non le lasciava indifferenti.
Sotto uno stesso tetto, riconosciuto dallo Stato come Piccola Casa della Divina Provvidenza e della quale è il rappresentante legale il Padre Generale, convivono e cooperano insieme nel servizio agli ammalati dell’Opera Cottolenghina tre famiglie religiose (congregazioni di diritto pontificio): le Suore, i Fratelli e i Sacerdoti. Il Cottolengo è pertanto un corpo armonico nel quale (stando alle proporzioni numeriche ed alle funzioni di ciascuna congregazione) i Sacerdoti rappresentano, per così dire, il capo, i Fratelli le spalle e le Suore il
tronco e gli arti in quanto, a motivo della loro quantità e qualità, sono quelle che permisero al santo fondatore di muovere questo «corpo» lungo le strade della Carità, di prendere iniziative, costruire, allargare e diffondere un carisma ancora oggi attuale.
In tutte le corsie dell’Ospedale, delle Famiglie e del cronicario si respirava e si respira ancora oggi un’atmosfera particolare ove la sofferenza, nonostante la sua cruda realtà, riesce a tramutarsi in speranza e in fede. Le cure prestate dalle suore, dai religiosi e dal personale infermieristico e sanitario, fanno del Cottolengo un luogo dove la teologia della sofferenza esce dai voluminosi trattati e si manifesta nei piccoli gesti quotidiani, nella semplicità di brevi parole, di silenzi ricchi d’emozioni.
Quella dei Fratelli – congregazione approvata dalla Santa Sede solo nel 1965, a circa centotrent’anni dalla sua fondazione – è una comunità di religiosi, non sacerdoti, che emettono i tre voti di povertà, castità ed obbedienza. Il loro servizio consiste nell’accudire i malati ricoverati nella sede della Piccola Casa e nelle sue succursali estere.
La storia di questa congregazione riflette le condizioni sociali in cui si trovò ad operare san Giuseppe Cottolengo. Essa è un ramo del carisma cottolenghino ed è stata di dimensioni sempre contenute. Intorno al 1834 il santo fondatore aveva ideato una nuova Famiglia di giovani volenterosi dediti all’insegnamento e all’assistenza, sulla falsariga dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Oltre che maestri di catechismo, li pensò anche come insegnanti di mestieri, da inviare a coppie in quei borghi rurali del Piemonte dove mancavano gli insegnanti per le scuole popolari: erano nati i Fratelli Maestri, che furono inizialmente inviati a Castagneto Po. Col passare del tempo, il progetto di inviarli in altri paesi del Piemonte si arenò per svariate cause e nel 1839 il fondatore, per favorire coloro che erano più predisposti ad una vita di preghiera, creò la comunità dei Fratelli Rosarianti. Nello stesso anno ne scelse una ventina per farli studiare da infermieri e, l’anno successivo, questi giovani Fratelli cominciarono a pre
stare regolare servizio nei reparti maschili della Piccola Casa.
Il Cottolengo, spinto dalla carità e dall’amore di Dio, faceva progetti sempre più ambiziosi e tra questi vi era un monastero religioso laicale di vita contemplativa. Quasi tutti i Fratelli Rosarianti si trasferirono nell’eremo di Gassino, sulla collina torinese, istituendo il nuovo ramo dei Fratelli Eremiti mentre altri Fratelli Rosarianti rimasti nella Casa Madre, pur continuando ad esercitare le mansioni infermieristiche, tornarono ad indossare l’abito dei Maestri.
Nel 1842, alla morte del Cottolengo, la comunità era costituita da una quarantina di confratelli (dei quali la metà eremiti). In concomitanza con il servizio del primo successore, il padre Anglesio, nacquero nuove esigenze e fu chiesto ai Fratelli di prestare il servizio di questua davanti alle chiese, al fine di aiutare la Piccola Casa ad affrontare le ristrettezze finanziarie di quel periodo storico; nacquero così i Fratelli Collettori. Per contingenti ragioni storiche i Fratelli abbandonarono tanto l’eremo quanto la questua nel tentativo di ripristinare il disegno originale del Fondatore.
Nel 1881 don Domenico Bosso divenne Padre Generale della Piccola Casa ed avviò un’operazione non semplice, sfrondando radicalmente tutte le innovazioni portate
dall’Anglesio, e così alcuni Fratelli furono avviati agli studi ecclesiastici e altri formarono quel gruppo di infermieri che definitivamente si chiameranno Fratelli di San Vincenzo. I responsabili delle Famiglie maschili della Piccola Casa divennero sacerdoti con l’appellativo di «prefetti». Negli anni ’50 don Pietro Lazzaro era responsabile dei Fratelli. Egli fu attivo sostenitore della loro approvazione pontificia. Oggi i Fratelli hanno un loro Superiore Generale assistito da alcuni consiglieri e le diverse comunità locali sono dirette da un Fratello
