La vocazione

Grazie alle premure materne i reduci An­drea e Risbaldo riacquistarono presto una buona condizione fisica, ma Andrea non era più quello di prima. Gli amici del circo­lo cattolico, la banda musicale, i compagni del pallone elastico non gli bastavano più. Della sua insoddisfazione i compaesani ne parlavano anche quando, solitamente di buon mattino, Andrea si recava alla messa, percorrendo la solita stradina che conduce­va alla parrocchia.

Egli aveva tutte le buone qualità per di­ventare un cittadino modello; era un bel giovanotto e dietro di lui un piccolo sciame di timide corteggiatrici lo poneva nella pos­sibilità di scegliersi una fidanzata e poi, ma­gari, di farsi una famiglia. Ricco di valori e forte fisicamente, poteva seguire le orme dei genitori nel lavoro delle vigne garantendosi un futuro ed una certa solidità economica. Andrea, invece, cominciò mentalmente ad entrare nel mistero della sofferenza del­l’umanità e ad ascoltare il grido dei soffe­renti. Dopo quella drammatica esperienza della guerra Dio gli chiese di rispondere di persona alla sua domanda: «Chi manderò io?». Andrea ormai era convinto e senza in­certezze gli rispose: «Manda me!». Dio però non gli aveva ancora fatto sapere dove e co­me si sarebbe realizzata la sua vocazione.

Fratel Luigi non sarà rimasto certamente indifferente quando, alla messa, ascoltando la lettura dal Vangelo, udiva le parole: «Io sono la vite e voi i tralci». Chissà quali emo­zioni provava, lui che la vigna la conosceva bene! È difficile scoprire quale sia stata la scintilla che fece accendere il fuoco evange­lico in Andrea.

Il Venerabile cominciò ad interessarsi all’Istituto Artigianelli di Torino dove, an­dando a trovare lo zio Enrico, vide ragaz­zi e sacerdoti che andavano e venivano. La madre, la signora Rosina, non gli poneva ostacoli ma gli suggerì di confidarsi con il parroco che, a quel tempo, era don Giusep­pe Castagnotti. Andrea così fece ma non trovò il vero stimolo per «partire». Forse il parroco aveva una sua strategia perché gli diede solamente alcune biografie da legge­re. In tal caso, se c’è una vocazione, il can­didato insisterà con tutto il proponimento possibile e non troverà pace fino a quando non avrà trovato la sua strada. Diversamen­te, se si tratta di un «miraggio» vocazionale, nel giro di pochi mesi il giovane riprenderà la strada di prima e si accontenterà di fare il buon cristiano. Così potrebbe aver pensato il suo parroco.

Un giorno suor Ernestina gli chiese la cortesia di potarle le viti nel pergolato del­l’asilo e Andrea si prestò volentieri. Quando egli stava per finire il suo lavoro, la suora gli si avvicinò ed avviò il discorso parlan­do di Clelia (sorella di Andrea), che aveva deciso di entrare nella congregazione delle Suore Cottolenghine e, continuando il di­scorso, gli suggerì l’eventualità di entrare nei Fratelli Cottolenghini. Suor Ernestina gli spiegò che tipo di vita facessero e An­drea, con l’animo raggiante, le rispose che stava pensando di scegliere proprio una vi­ta religiosa come quella propostagli.

Fratel Luigi non rivelava preferenza per questa o quella congregazione; non era per niente affascinato dallo stile o dal colore dell’abito religioso. Si pensi che quando en­trò per l’ingresso del n. 14 di via Cottolengo, a Torino, era veramente la prima volta che vedeva quegli edifici; non conosceva anco­ra nessuno dei suoi futuri confratelli; non sapeva nulla di loro se non che prestavano servizio presso i poveri e gli ammalati, una vita che anche a lui piaceva.

Finalmente ebbe un provvidenziale col­loquio con la persona giusta. Don Secondo Bona, il responsabile dei Fratelli Cottolen­ghini, arrivò in paese per predicare il riti­ro pasquale alle ragazze della parrocchia. Alla fine della conferenza suor Ernestina, di proposito, chiese ad Andrea di accom­pagnarlo in una località ove avrebbe poi preso il pullman per Torino. Parlando con il sacerdote egli intravide la strada che Dio aveva scelto per lui: entrare nei Fratelli Cot­tolenghini e diventare un umile menestrel­lo della Divina Provvidenza in uno dei più grandi santuari della carità.

Alcuni mesi dopo, da gran devoto del­la Vergine, si recò in pellegrinaggio a piedi sino al santuario della Madonna dei Fiori a Bra. In quei quindici chilometri d’andata contemplava il paesaggio langarolo, sorri­deva e salutava i passanti. Andrea vedeva il mondo in una maniera totalmente nuova; finalmente aveva trovato la sua vocazione e alla Madonna chiese la protezione del Cie­lo.

Intanto, come avevano promesso, i fra­telli Bordino fecero costruire l’edicola sacra dedicata alla Consolata e la inaugurarono con una festa religiosa il 20 giugno, ricor­renza annuale della Consolata. Nella nic­chia, dietro una statuetta della Vergine, la madre pose il quadretto con al centro il Sa­cro Cuore e ai lati le fotografie dei due figli vestiti da Alpini. Era il quadro davanti al quale tante sere, in tempo di guerra, la fa­miglia Bordino si riuniva a pregare.

Il mese dopo, in piena estate, il 16 luglio 1946 Andrea entrava tra i Fratelli di San G. B. Cottolengo e con lui, lo stesso giorno, sua sorella Clelia cominciava il probandato fra le Suore della Piccola Casa.