Un alpino religiosamente elevato
Nel gennaio del ’42 Andrea fu arruolato nel 4° Reggimento d’Artiglieria Alpina. In quel periodo l’Italia, incatenata dalla dittatura fascista e dalla guerra, attraversava uno dei momenti più bui del XX secolo. Nei cattolici cresceva il fermento di dover fare qualcosa, di reagire, anche con la mitezza e le virtù che si sviluppano nell’impegno con Cristo.
Nell’assistere a quegli eventi la mente di Andrea doveva essere molto tormentata perché, se da un lato era favorevole a compiere un dovere civile in nome della patria, dall’altro, dentro di sé, una forza opposta lo ispirava a portare parole di pace e non certo di guerra. Anche se non era il tipo che ci tenesse molto a farsi vedere, tra i suoi ricordi fotografici c’è la foto che lo ritrae in posa con la divisa da alpino. Apparentemente è una foto come tante: il cappello e la mano sinistra appoggiati al tavolino (lo stesso mobiletto che si vede nelle pose di tanti alpini), ma lo sguardo rivela consapevolezza e non rassegnazione; dai suoi occhi traspaiono i riflessi della speranza cristiana.
Partì dalla caserma di Cuneo con il fratello Risbaldo, che era nello stesso reggimento, esattamente vent’anni dopo il suo battesimo: era il 15 agosto 1942. Cominciava per loro la tragica Campagna di Russia. Andrea aveva la qualifica di conducente di mulo, con l’incarico di distribuire vettovaglie e coperte ai commilitoni.
Trascorsi alcuni mesi presso il comando di Reggimento non lontano dalle linee del Don Ben, l’esercito russo attaccò le forze italiane con una massiccia offensiva e gli alpini dovettero cominciare la ritirata. Il 26 gennaio del ’43, nel mezzo del caos nel quale migliaia di soldati italiani allo sbando, come profughi disperati, andavano senza sapere dove, lui e suo fratello, con decine di migliaia di altri italiani, furono fatti prigionieri dai russi. Gli scarponi perdevano le suole, bisognava fasciarsi i piedi con brandelli di coperte. In questa sventura i due fratelli furono divisi. Andrea, intanto, deperì, si ammalò di una forma di tifo petecchiale e fu deportato al Campo 99, in Siberia, ove rimase un anno e dopo fu trasferito nel Turkestan e fortunatamente rincontrò Risbaldo.
Un giorno un compagno trovò in un magazzino una forma di formaggio e una lattina d’olio che affidò ad Andrea perché le conservasse nella soma del mulo, ma egli nel corso della giornata incontrò alcuni soldati esausti e li ristorò con la provvidenziale provvista del suo commilitone. Alla sera il compagno gli chiese di restituirgli ciò che gli aveva affidato, ma Andrea non aveva più niente: scoppiò inevitabilmente una lite e per parecchio tempo fu preso in giro da alcuni suoi compagni. Dopo qualche mese finirono le scorte alimentari e ciascuno dovette vivere alla giornata sperando nella generosità della gente russa.
Intanto a Castellinaldo la famiglia Bordino, priva di qualsiasi notizia dal fronte, viveva nell’angoscia di una possibile perdita. All’inizio della guerra Risbaldo scrisse qualche lettera alla famiglia, invece Andrea non era portato per la penna e le sue notizie le scriveva il fratello. Poi fu instaurata la censura, che tagliò quest’esile filo.
La mamma Rosina allestì nella sala più bella della casa un quadro del Sacro Cuore ed ai lati vi mise le fotografie dei due figli prigionieri, lasciando un lumino sempre acceso. Ogni sera ai piedi di quest’altarino la famiglia riunita recitava il rosario.
In una delle notti particolarmente gelate, ove non c’era riparo per tutti i soldati, i fratelli Bordino fecero un voto alla Madonna: promisero che, se fossero sopravvissuti, al loro ritorno in paese avrebbero fatto costruire un «pilone» alla Madonna Consolata. Al mattino, al loro risveglio, intorno avevano più di un centinaio di morti congelati.
Durante la tragica Campagna di Russia, Andrea fu testimone di fede e di speranza; quando qualche commilitone imprecava per la mancanza di cibo, per la scomparsa di qualche compagno o per la disperazione, lui lo guardava con atteggiamento di rimprovero. Anche in un luogo di morte riuscì a far pregare i suoi compagni, a dar loro coraggio, invogliandoli a cantare celebri inni fra cui Va’ pensiero.
In Russia il Venerabile aveva già fatto la sua scelta, senza avere il timore di essere preso in giro o di essere emarginato dagli altri. Dal suo comportamento missionario, Alpino per eccellenza, i commilitoni avevano percepito che egli possedeva una certa vocazione alla vita religiosa.
Con la fine della guerra, nacque un certo cameratismo fra i nostri Alpini e la gente locale, e nell’agosto del ’45 iniziò il lento e pietoso rimpatrio dei superstiti: chi a piedi, chi su treni, tutti erano in direzione dell’Italia. Andrea riuscì ad arrivare al proprio paese nell’ottobre e Risbaldo arrivò un mese dopo.
Gli abbracci, i silenzi e le esplosioni di gioia che coinvolsero tutti in casa Bordino, diventarono una spontanea lode a Dio.